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La Val d’Orcia? Un giardino Zen!
domenica 4 Febbraio 2018
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J.L. Borges riesce a spiegare, in un breve racconto, come sa fare solo chi ha ben compreso la faccenda, la differenza che separa il pensiero occidentale da quello orientale. Il breve e suggestivo racconto si intitola I due re e i due labirinti.

Dei due re, l’uno costruisce il suo labirinto trasformando in mura le geometrie della sua mente, l’altro abbattendo, al contrario, ogni possibile ostacolo. Ma, si sa, l’ossimoro è l’ostacolo alla razionalità più tenace: sono le inesistenti mura del deserto che risultano invalicabili e che costituiscono il labirinto perfetto, ovvero il problema irrisolvibile.

_Il Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti testimonia assai bene la volontà, culturale e storica, dell’Occidente artistico di ingabbiare la natura nella perfezione di linee astratte, così come continuano a farlo i paesaggi della Val d’Orcia, con i filari di cipressi, le zone colorate dei campi, le strisce dei fossi, in una tensione che, dal pittore all’agricoltore, è sempre la medesima: ordinare.

E come potrebbe, questa campagna così ordinata, esprimere la mobilità, la fuggevolezza, la metamorfosi implicite in un’architettura zen? Come potrebbe indicare la tigre o il drago sotto alle evanescenti forme di una collina o di una nuvola? Ma l’ossimoro, come si è già suggerito, è sempre in agguato. Ebbene, se percorriamo i nostri sentieri, quelli tutti blu della nostra nuova percezione, se ci lasciamo, in altre parole, andare non dico all’immaginazione, ma ci liberiamo della costrizione filosofica e culturale che impone il rigore delle linee e dei pensieri, vediamo che il paesaggio visto dal nostro azzurro pellegrino è davvero mutevole: camminare in Val d’Orcia è come navigare su un mare solo un po’ grosso. Dietro una collina un’altra collina, come le onde. Sotto un albero un’ombra che va e viene con il sole, e poi, nel caleidoscopio di colori, quello delle forme. Il paesaggio, in fondo, non c’è: ci siamo solo noi che pe

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