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Un filo azzurro nella pianura: tensioni e pulsioni di una cartografia padana
lunedì 20 Marzo 2017
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“Pianura padana” è uno di quei toponimi che appaiono nelle carte fisiche della penisola italiana con sicuro risalto. A vantaggio della sua identificabilità e coerenza vi è la presenza del maggior corso d’acqua italiano, che, con i suoi proverbiali 652 chilometri di lunghezza, costituisce un vera e propria spina dorsale della pianura.

A confortare la compattezza identitaria di questa partizione regionale, oltre alla spina dorsale del fiume Po, vi è anche la complessa rete idrografica degli affluenti, che costruisce una sorta di asimmetrica “cassa toracica”, con due “polmoni” di irrorazione dell’acqua che hanno forma e distanza diversa. Quello alpino è più distante dalla spina dorsale stessa, caratterizzato da tributari che delineano con nettezza il proprio corso di pianura a decine di chilometri di distanza dal loro sbocco nel Po; mentre quello appenninico è più ravvicinato, con complessi alvei intrecciati che caratterizzano gli affluenti a poca distanza dalla loro immissione nel “fiume dei fiumi”, come lo chiamava uno dei suoi più acuti cantori, Cesare Zavattini. Il fatto che il bacino idrografico del Po sia contornato da due catene montuose, le Alpi a Nord e gli Appennini a Sud, non fa che rafforzare quest’idea di un contenitore coeso e nettamente identificabile. Eppure, a guardar bene, qualche complicazione e qualche dubbio potrebbero sussistere ugualmente. Dove finisce la pianura padana nel suo confine meridionale della Romagna? Quale è il difficile limite fra la massa continentale della pianura e le pianure costiere dell’Adriatico? Se poi apriamo le porte alla varietà di possibili approcci che la geografia offre, la faccenda si complica ulteriormente, con domande del tipo: fin dove arriva l’influenza del mare nella pianura? Fin dove si respira quell’inconfondibile odore di salmastro che finisce per caratterizzare una porzione più “marina” della pianura (anche in termini di vegetazione, ad esempio)? Quando soffia il föhn che scende dalle montagne nella pianura riscaldandosi nella sua discesa a rotta di collo, il vento porta con sé un po’ di sapori di montagna nella pianura?
Nella categoria “mare e monti” rientrano pure tante ricette che utilizzano insieme ingredienti di mare e di montagna. Qualche volta in base ad impulsi creativi tipici dell’apparentemente inesauribile mania collettiva per la gastronomia innovativa e/o spettacolarizzata; altre volte in base ad antiche tradizioni di relazione commerciale e culturale. A proposito, anche le acciughe del Regno di Piemonte scavalcavano le Alpi congiungendo il blu del mare ed il verde delle campagne padane…
Ogni identità regionale non è mai a tenuta completamente stagna. Anche le barriere fisiche più compatte e maestose (come può essere per l’appunto il caso delle Alpi), ci sono “spifferi” identitari che convogliano le voci dall’altrove. Ecco allora che la pianura, più che essere una “tabula rasa”, si profila piuttosto come un campo di tensioni in cui arrivano echi dall’Europa centrale, profumi dal Sud mediterraneo, respiri adriatici e sentori liguri. Nell’apparente calma della pianura ecco allora manifestarsi un incrocio di itinerari identitari che va ben al di là di una presunta, univoca coesione.

Davide Papotti, Università Popolare la Sorgiva, Montecchio Emilia, Italia

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